sabato 20 gennaio 2018

Il sangue di Gesù



"Mettiti nelle piaghe di Cristo Crocifisso. —Lì apprenderai a custodire i tuoi sensi, avrai vita interiore, e offrirai continuamente al Padre i dolori del Signore e quelli di Maria, per pagare i tuoi debiti e tutti i debiti degli uomini". E' una frase di Cammino (p. 288), il libro di pensieri spirituali più noto di San Josemaría Escrivá. Più avanti dice (p. 555): "È veramente amabile la Santa Umanità del nostro Dio! —Ti sei “messo” nella Piaga santissima della mano destra del tuo Signore, e mi hai domandato: “Se una sola ferita di Cristo lava, risana, acquieta, fortifica e infiamma e innamora, che mai faranno le cinque Piaghe aperte sul legno della Croce?”. Per tutti i santi il sangue di Gesù è stato fonte di progresso spirituale. Emerge Santa Caterina che nel suo immenso epistolario scrive sempre iniziando con un'espressione tipica: "scrivo a voi nel prezioso sangue suo" (di Gesù). In una lettera ad un alto prelato consiglia: "Annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso, ponetevi in croce con Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, fatevi bagno nel sangue di Cristo crocifisso". Non siamo abituati a questo linguaggio che invece riscalda il cuore dei mistici. Caterina insiste in modo sempre più espressivo fino a "farsi bagno" nel sangue di Gesù. San Josemaría usa un linguaggio simile: è un santo contemporaneo eppure ogni volta quelle parole mi sorprendono. Il sangue è qualcosa di fisico che esprime immediatamente l'amore di Gesù. I concetti astratti impegnano poco la fede mentre il sangue mi pone davanti ad una concretezza da cui non si può evadere.
Forse mi sento indegno di fare il bagno nel sangue di Gesù e sono portato ad abbracciare la parte inferiore della croce perché mi scivoli sul capo una sola goccia del suo sangue. Cerco d'imparare da questi santi. Ieri come oggi c'è da fidarsi di chi fa l'esperienza del contatto vivo con il mistero fondamentale della fede: la passione per amore, la morte e la risurrezione di nostro Signore. Il resto è una conseguenza.


domenica 14 gennaio 2018

Eduardo


Durante le vacanze di Natale ho rivisto l'irresistibile incipit della commedia di Eduardo "Natale in casa Cupiello". Tutta la commedia gira attorno alla visione del mondo del papà Lucariello: una visione ordinata dove il presepe è una bella cosa, il figlio va ricondotto sulla buona strada perché è viziato e un po' mariuolo e la figlia va riportata agli affetti di un matrimonio regolare evitando i capricci extraconiugali. Le cose non vanno così e Lucariello ne muore. Nella commedia "Filumena Marturano" i punti di riferimento sono chiari: l'aborto è un crimine (il grido "i figli so' figli" è da brivido) e la vita disordinata di Mimì Soriano va emendata da un matrimonio riparatore che Filumena riesce a strappargli. Eduardo era considerato "di sinistra" all'epoca ma i punti di riferimento antropologici sono indiscussi e sono quelli che hanno retto la nostra società fino al secondo dopoguerra, sia pure attraverso le tempeste ideologiche del '900.
Dal '67 in poi un nuovo tentativo di ingegneria sociale arriva dagli Stati Uniti. Viene abolito il codice di autoregolamentazione dei film di Hollywood, il '68 esplode con il libero amore, e vengono promossi valori come l'aborto facile, il divorzio breve, l'esaltazione dell'omosessualità, la sterilizzazione di massa nei paesi poveri, l'eutanasia e via discorrendo con il politically correct. Una rivoluzione antropologica che fabbrica individui single, consumatori, in concorrenza fra di loro, allo scopo di rendere sempre più ricche le lobby finanziarie che investono incredibili capitali in questo disegno.
Chi ha fede in Dio non deve temere: sempre il principe di questo mondo ha mosso guerra a Gesù e ai suoi discepoli. L'importante è rendersi conto del processo in atto in modo da reagire in modo adeguato. Per prima cosa occorre che chi ha fede la viva in modo consapevole e conseguente. In secondo luogo occorre cultura e competenza professionale per creare una società solidale in cui la ricchezza non sia l'unico orizzonte.


domenica 7 gennaio 2018

Nel centro dell'anima


Nel saggio del 1942 intitolato "Perché non possiamo non dirci cristiani" Benedetto Croce afferma: "Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta... La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell'anima". Giusta l'osservazione del filosofo ma anche stimolante per i cristiani d'oggi. Sembra spesso che i cristiani accettino supinamente l'idea che il cristianesimo sia una mera dottrina, una morale, un orientamento ideologico, perdendo così lo slancio vitale di chi accetta e si espone continuamente alla volontà di Dio. "Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato", dice Gesù (Gv 4,34). "Mi sia fatto secondo la tua parola" dice Maria (Lc 1,38). Noi cristiani facciamo parte di questa famiglia, cioé di coloro che sono continuamenti attenti ai cenni della mano di Dio. Simone Weil osserva che è difficile restare tutto il giorno in atteggiamento contemplativo però sta alla nostra portata cercare di mantenere sveglia l'attenzione (così la definisce "attenzione") al rapporto con Dio. Noi siamo alimentati dalla benevolenza di Dio, dalla Sua grazia, ma mi sembra di essere alle volte come un poppante che si distrae, non pensa a mangiare e deperisce. I cristiani oggi sembrano così (almeno ad uno sguardo superficiale): deperiti. Diciamolo pure: sembriamo benpensanti inutili. Semmai disposti a discutere animatamente su sottigliezze teologiche, ma il rapporto vivo con Dio, quello da cui partono i grandi "sì" della vita e si alimentano le grandi imprese di santità... quel rapporto è assopito. All'inizio di un anno vale la pena riflettere. Sto dicendo "sì" alla chiamata di Gesù? Sono in missione per conto di Dio? Il rapporto con Dio vive, come disse Croce, "nel centro dell'anima?".

mercoledì 3 gennaio 2018

Una madre


Il 31 dicembre dell'anno appena passato è morta a 97 anni la mamma di un mio caro amico. Aveva avuto 7 figli da un marito saggio e buono e aveva speso gli ultimi di vedovanza come aveva vissuto in precedenza: pensando ai figli e i nipoti. Comprendendo generi e nuore la famiglia conta 50 persone che si sono raccolte il 1 gennaio in un commovente funerale. Non son potuto andare per una fastidiosa influenza ma, al ritorno, il 2 gennaio ho sentito. assieme ad altri, il racconto di quelle ultime ore. Il mio amico raccontava il distacco dalla sua mamma e perciò l'argomento era triste, ma mentre descriveva tanti particolari, fra cui il ritrovamanto di una lettera testamento scritta anni prima, la partecipazione del paese alla cerimonia, la sapiente collaborazione fra fratelli, il pianto della nipote incinta e ammalata, affezionatissima alla nonna, che non era potuta andare... mentre raccontava ho avvertito un senso di pace e perfino di allegria, più tenero che se si fosse trattato di una festa familiare. In realtà la festa in Cielo c'era perché la mamma era stata sempre non soltanto saggia ma piena di fede, tanto che i figli dicevano, scherzando affettuosamente, che era teologa, perchè metteva ovunque non solo la visione del buon senso ma anche della profondità della fede. Quando rivedo nei filmati la cara immagine di San Josemaría Escrivá (di cui peraltro la signora era devota) ho una sensazione simile: come se il cuore si sciogliesse davanti alle cose vere della vita. Certe persone, certe vite non hanno bisogno di discorsi, parlano da sole e parlano al cuore. Tracciano una strada, quella vera, quella di Gesù.

mercoledì 27 dicembre 2017

Quanno nascette ninno


Sant'Alfonso de' Liguori è stato il più santo dei napoletani e il più napoletano dei santi (Benedetto Croce). Di famiglia nobile, ricevette un'educazione raffinata studiando in casa tutte le materie scolastiche, pittura e musica. Come docenti ebbe i migliori esponenti della cultura napoletana del '700. Si laureò giovanissimo ed esercitò la professione d'avvocato per nove anni. Poi decise di dedicarsi all'educazione spirituale della gente del sud. Scrisse libri che hanno conosciuto migliaia di edizioni, dipinse quadri, compose molti inni spirituali di cui i più famosi sono "Quanno nascette ninno", in napoletano (con la versione italiana "Tu scendi dalle stelle") e "Fermarono i cieli la loro armonia", cantati da tutti i cori del mondo. Fu anche studioso di morale e rese amabile lo svolgimento del sacramento della confessione. Fu dichiarato Dottore della Chiesa.
Il suo "Quanno nascette ninno" è un capolavoro che aiuta a contemplare il Bambino Gesù nel Presepe. E' scritto nel napoletano del 700 ed è un vero aiuto per pregare davanti alla Natività. Siamo tutti inadeguati a comprendere il mistero del Dio fatto bambino e questo canto smuove il cuore. Si trova su YouTbe.
Vale la pena leggerne con calma il testo che solo un santo poteva scrivere.
All'inizio c'è un quadro di una natura in festa per cui anche il leone pascola assieme all'agnello e il fieno secco e duro, su cui il Bambino è stato posto, germoglia in foglie e fiori. Poi c'è l'annucio degli Angeli ai pastori, che si avvicinano alla culla e si fanno più arditi baciando "'o musso" e le guancette del Bambino. Segue una ninna nanna che fa dormire il Bambino . Poi i pastori vanno al loro gregge ma ogni tanto tornano perché non riescono a staccarsi dalla Grotta. Infine si vedono i peccatori nell'inferno che sono cocciuti e si spaventano della luce. Anch'io sono peccatore, dice il Santo, ma non voglio essere ostinato e voglio piangere per i miei peccati con l'aiuto di Maria che è mamma dei peccatori.
La versione italiana si trova su Wikipedia:
 https://it.wikipedia.org/wiki/Quanno_nascette_Ninno



domenica 24 dicembre 2017

Te Deum per Napoli


Fra i tanti motivi di ringraziamento al Signore per quest'anno passato uno mi è particolarmente caro: la riscoperta dopo tanti anni di Napoli, la mia città natale. Ora ci vado regolarmente per lavoro. Grazie a Dio nel nostro Paese vi sono città meravigliose ma, a dispetto della pubblicistica corrente, Napoli spicca per la sua vitalità e per le prospettive di futuro. E' una città piena di giovani. La Campania è la regione dove si registrano più nascite in percentuale.
A Napoli le persone hanno una simpatia tutta particolare che conferisce alla città un'identità ben precisa. Il buon umore è la prima caratteristica. In nessuna città d'Italia ho visto tanta gente ridere: i bambini con i genitori, i genitori fra loro, gli amici quando s'incontrano. Il sorriso aperto, gli occhi luccicanti, la battuta spiritosa. Sono stato con amici ad assistere ad una commedia di De Filippo; quando siamo usciti dal teatro la commedia continuava, anche il tassista ci ha fatto morir dal ridere. Saper sorridere delle faccende umane è una dote signorile che comporta il distacco giusto dalle cose e fiducia nell'esistenza.
Si dice che a Napoli la gente non lavora e invece ho visto delle eccellenze nel campo delle imprese.
La gente cura l'eleganza e non ne parliamo del mangiare. Nel ristorante di Fofò Mattozzi non si mangia per sopravvivere ma per gustare cibi tradizionali preparati con la stessa perizia di Mozart quando componeva. Quasi dappertutto è così. L'arte è viva. I musei sono frequentati, si fa musica ovunque dal San Carlo ai melodici locali: è una tradizione che non si perde. Con l'unità d'Italia sono state tolte a Napoli tante prerogative ma non quella dell'arte e della cultura. La gente legge e parla benissimo con quell'accento che ti predispone al sorriso.
La bellezza dei panorami ti lascia senza fiato. Non riesco ad abituarmi e ho il cellulare pieno di vedute i cui colori variano col passar del giorno dipingendo quadri dalle tonalità struggenti. La religiosità è viva e anche la superstizione. I corni rossi che si vendono ovunque sono qualificati come "collaudati". Non mi piace questa fissazione dei corni ma non riesco a non divertirmi quando cercano di venderli con mille motivazioni. L'uomo è fatto così e a Napoli non si tenta di nasconderlo. C'è una sincerità diffusa nelle relazioni umane. A Napoli tutto è relazione, mentre prendi il caffé il barista s'intromette con garbo nella converasazione, ogni viaggio in taxi è un'esperienza. I tassisti, fra l'altro, ti raccontano che la gente arriva a Napoli timorosa e se ne va con una nostalgia già in atto. Una signora, appena salita sul taxi, ha chiesto se c'era pericolo in città, il tassista le ha risposto che l'unico pericolo era quello d'ingrassare.
Certo le regole del traffico non vengono seguite alla lettera ma avvengono pochi incidenti perché l'intuito è molto sveglio. Si dice che quando il semaforo è rosso si può passare con cautela, quando è verde si deve passare con cautela. Ma anche questa regola non è rigorosa.
La pizza è un capitolo a parte. Non interessa se altrove la fanno bene, ciò che importa è che quella di Napoli sembra un dolce, "nu babà". A proposito di babà le pasticcerie sono provocanti. Quelle dei vicoli sono quasi aggressive per le luci, la disposizione e le forme dei dolci, così come i negozi degli alimentari che ostentano in modo sovrabbondante le loro squisitezze.
Squisito è il modo di rapportarsi con delicatezza e rispetto per la libertà altrui. C'è un modo di vivere l'amicizia tutto particolare. Stare insieme è un valore primario: un momento in cui la fantasia nel raccontare, il gusto dell'aneddoto creano situazioni irripetibili. Ti dispiace di non avere la macchina da presa. Il caffé sospeso è una tradizione ormai radicata: si paga il caffé per un eventuale sconosciuto che ne ha bisogno. "Avete un caffé sospeso?" Sì: ed ecco che viene praticata la solidarietà sociale senza troppi discorsi. Tutto basato sulla fiducia.
La stessa delicatezza si trova nei poeti napoletani. I testi delle canzoni sono poesie e le poesie sono liriche. Salvatore Di Giacomo resta il poeta per eccellenza ma ce ne sono tanti altri. Invito a gustare su YouTube Totò che recita La Livella: una bravura senza pari. Di Giacomo è il poeta in cui rifugiarsi nei momenti di stanchezza o contraddizione. Sembra di respirare l'aria profumata dell'800 napoletano. Tornando alle canzoni, quando si canta si fa sul serio. La voce deve essere "fina e bella". La canzone è un momento raccolto, non è buttata là come un canto d'osteria. I posteggiatori (i cantanti e suonatori che si esibiscono nei ristoranti) sono provati professionisti.
A proposito di '800 la grande tradizione pittorica napoletana si è espressa anche nei paesaggisti della Scuola di Posillipo. Il merito è anche del paesaggio che doveva esercitare un fascino irresistibile prima della speculazione edilizia del 900. Ci sono ancora posti, come Via Palizzi o nelle adiacenze del monastero di San Martino, in cui si respira un'aria da incanto.
Il lido "mappetella", cioé il mare di Via Caracciolo, una volta era frequentato solo da scugnizzi (ragazzi di strada). Ora i depuratori consentono di fare un bagno senza pericoli. Un'associazione ha  ottenuto il permesso d'installare quattro docce nella spiaggetta della rotonda Diaz davanti alla Villa Comunale. Ho fatto il bagno due volte in ottobre e assicuro che guardare Napoli dal mare mentre si nuota è un'esperienza.
Ogni napoletano vorrebbe la sua città più bella e pulita. C'è l'orgoglio della nuova metropolitana dalle stazioni artistiche. Lentamente si sta uscendo dal clima di abbandono. La manutenzione è roba da ricchi. Ciò non ostante sembra che la splendida città umiliata dalla storia abbia in sè una voglia di riscatto. Non sono tifoso di calcio, le informazioni calcistiche che ho mi arrivano per osmosi ma a Napoli tifare per la squadra è una questione d'identità, di cittadinanza. La devozione per Maradona non è solo tifo calcistico, è la gratitudine per aver vissuto  una volta nella vita un momento d'orgoglio. Per giunta Maradona giocava di fantasia, era magico, un giocoliere e non era sbruffone: vita sregolata sì ma solidarietà con i compagni, affabilità con chiunque. A Napoli non è di buon gusto parlare male di Maradona. Sua Eccellenza Diego Armando.
Per tutto questo ringrazio il Signore. Te Deum laudamus.


mercoledì 20 dicembre 2017

Benino e il presepe


Nel presepe napoletano non manca mai un pastore che dorme. Si chiama Benino ed è un personaggio della Cantata dei Pastori. Io m’identifico con Benino che, dormendo, non si rende conto, non sente e non vede. Sempre ho la sensazione di non capire abbastanza davanti alla scena così semplice del presepe. Ho bisogno di silenzio e di riflettere. In quella scena c’è Maria. E’ grazie al suo sì che tutto è potuto accadere. Fiat mihi secundum verbum tuum. Maria accetta la volontà di Dio. E’  senza peccato originale. Lei è la donna come Dio l’ha pensata: è la vera donna. Siccome è senza macchia sa che per la creatura non c’è nulla di meglio che stare in sintonia col Creatore. Giuseppe invece risente del peccato originale, ciò non ostante dice sì anche lui. Rinuncia ai suoi progetti personali che erano bei progetti: se non altro era felice di sposare una creatura meravigliosa come Maria. E invece paffete! Tutto cambia e Giuseppe, da uomo giusto, si fa carico della situazione con intelligenza e cuore. Che prova per la mia fede credere al cento per cento che quel bambino è Dio! Sembra una cosa incredibile. Per crederlo occorre che mi faccia bambino io davanti al Padre Dio che si rivela e che confermerà con luminosi segni la divinità di Gesù. Benino si sveglia e capisce che non può andare alla grotta santa come uno sciocco. Capisce che da ora in avanti dovrà conoscere e aderire al messaggio che quel Bambino porta. Leggerà il Vangelo, si confesserà e si comunicherà con quel piccolo corpo, capirà che dovrà sempre pregare e appoggiarsi al braccio di Dio come un bambino dai passi incerti. Quella luce che viene a va, dai Magi ai pastori, continuerà nei secoli, illuminando le nostre città piene di noi Benini che dormiamo in piedi. Benini che si sveglieranno quando crederanno che quel Bambino porta la luce vera che splenderà totalmente a Pasqua, quando Gesù risorgerà.


martedì 12 dicembre 2017

Leonardo Mondadori


Il 13 dicembre di 15 anni fa, giorno di Santa Lucia, Leonardo Mondadori è morto. Le sue ultime parole furono di lode al suo Papa, che tanto amava. Era orgoglioso di aver diffuso in tutto il mondo il libro di Giovanni Paolo II e di aver pubblicato la sua prima biografia dettagliata in due volumi. Ma soprattutto era in sintonia col suo pensiero. Le sue ultime parole sono state "Ha ragione il Papa" mentre sua figlia gli leggeva dichiarazioni sue pubblicate su un quotidiano. Quando l'ho conosciuto mi dette l'impressione di una persona gentile, operosa, di buona volontà. Ancora conservava un recinto impenetrabile attorno al suo cuore. Poi man mano che frequentava un sacerdote che gli presentai sembrò che il suo petto diventasse di cristallo. Diventò aperto, sincero, apostolico. Desiderava far partecipare alla gioia di una fede ritrovata tutti i suoi amici. In questi giorni che mi avvicinano al Natale cerco di immedesimarmi nei personaggi che abitano nel mio presepe interiore. Maria e Giuseppe hanno detto "sì" ai progetti di Dio. L'annunciazione alla Madonna termina con un sì: si faccia la volontà di Dio. Ma anche Giuseppe aveva un suo progetto di vita. Forse era meno preparato di Maria all'intervento di Dio nella sua esistenza. Ciò non ostante ha detto sì. Questi "sì" sono il segreto della felicità dell'uomo. Il peccato originale è un "no". Voglio fare a modo mio. Questo peccato m'insegue e amareggia la mia vita. Solo quando dico sì a Dio nasce la gioia piena. Leonardo seppe dire sì, nonostante le tentazioni che una vita agiata gli presentava. Diventò davvero un operaio della vigna del Sigore come disse Benedetto XVI.


mercoledì 6 dicembre 2017

Preghiera in occasione dell'Immacolata


Tempo fa una signora mi chiese d'inviare al figlio una preghiera che lo aiutasse a riprendere una buona strada. Non sapendo che pesci pigliare ho scritto come prego io. In prossimità della festa dell'Immacolata ripropongo quella preghiera:
Maria, madre e regina mia,
dammi la felicità di saper amare. Soprattutto quelli che sono vicino a me, malgrado i loro difetti e grazie ai loro difetti. Perché questa è la vera felicità: saper voler bene. Questa è la mia vocazione, a cui mi chiami col tuo esempio.
dammi la forza di essere buono. Le cattiverie mie e altrui sono conseguenza della debolezza. Con la tua forza saprò essere buono, sereno e comprensivo.
dammi la serenità di vedere in ogni avvenimento, anche doloroso, la mano della Provvidenza e la forza redentrice della sofferenza. Ricordami che ogni dolore ha un valore fecondo quando è unito alle sofferenze di tuo Figlio.
difendimi dalla tristezza, che è l'alleata del nemico, e aiutami a essere fonte di gioia e ottimismo per quelli che mi stanno attorno.
Ti bacio caramente come tuo figlio piccolo, stammi vicino. Ogni mia preghiera e azione cominci con te e finisca con te.

sabato 2 dicembre 2017

Perché le Cartoline dal Paradiso?


Perché queste cartoline? Sono nate dall'opportunità di scrivere una rubrica su un settimanale d'ispirazione cristiana. Una provvidenziale opportunità per riflettere e alimentare il rapporto personale con Dio. Perché raccoglierle in un libro? Metterle insieme è utile perché il maggiore pericolo per il messaggio cristiano è presentarlo come una mera dottrina o un'arida morale: purtroppo è abbastanza diffuso questo modo di interpretarlo e viverlo. Il messaggio cristiano non è solo una dottrina altrimenti sarebbe bastato che Dio ci avesse inviato il testo del catechismo, nè è una semplice morale, altrimenti sarebbero bastati i dieci comandamenti. Il messaggio cristiano è Gesù: la sua vita, i suoi miracoli, il suo modo di curare le persone, l'amore per la verità senza finzioni, la sua generosità, umiltà, il suo rapporto col Padre ... Gesù è una persona, un amico che ci rivela il volto del Padre e lo stile di Dio. E' una sorgente senza fine a cui possiamo attingere per saziare la nostra sete di vita, di verità, di via. Il rapporto con Gesù non è definito una volta per tutte ma, così come avviene con la persona amata, è nuovo, vivo ogni giorno. Con i momenti di oscurità (fammi luce Gesù) e i momenti di gioia (canto per te Gesù). I cristiani hanno bisogno di scoprire che il rapporto con Dio può essere continuo, con i nostri limiti, ma continuo. Come i mistici, come i contemplativi. C'è bisogno di contemplativi in mezzo al mondo che siano del mondo ma non diventino mondani. Persone che si rendono conto che tutto procede dalla bontà divina, anche le cose che ci sembrano cattive. Le contrarietà, i dolori, i limiti sono educativi e fondamentali perché ci ricordano che poca cosa siamo e ci preparano all'abbraccio con Dio in questa vita e nella vita eterna. C'è bisogno di uno stimolo per vivere con Dio la quotidianità. Perciò arriva questo libro che è soltanto un piccolissimo aiuto per vivere così.

venerdì 1 dicembre 2017

Cartoline 2


Comunicato stampa

«CARTOLINE DAL PARADISO 2»
La speranza oltre la crisi

il nuovo libro di Pippo Corigliano


Edizioni Ares, pp. 234, euro 13

«Sotto la sommessa forma di una raccolta di appunti, c’è qui un libro "vero".
Leggendolo, credo, 
non aumenta solo la nostra informazione,
ma, cosa ancor più preziosa, la nostra umanità».
(Dalla Prefazione di Vittorio Messori)


IL LIBRO


Secondo volume delle «cartoline» di Pippo Corigliano. Lo spirito è sempre lo stesso: commentare i fatti dell’attualità per invogliarci a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, nonostante la crisi, nonostante il governo, nonostante le alluvioni e i terremoti, nonostante tutto… Senza pretesa di insegnare nulla Pippo, pagina dopo pagina, sa fare breccia nei cuori e donare al lettore, con un sorriso, le ragioni profonde e per nulla scontate della sua speranza.

L'AUTORE
Pippo Corigliano, autore di successo anche per Mondadori, con cui ha pubblicato 4 titoli, si vede così: «Un ingegnere prestato alla comunicazione. Gli piacciono san Josemaríasan Giovanni Paolo IIJoseph Ratzinger e Papa Francesco. Anche Napoli, i faraglioni e la pizza» (dal Profilo Twitter).

UFFICIO STAMPA

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Alessandro Rivali, 0229514202 int. 204, cell. 3493344541, alessandro.rivali@ares.mi.it


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domenica 26 novembre 2017

Si salvi chi vuole

Ho letto il nuovo libro di Costanza Miriano "Si salvi chi vuole". E' un libro comico, cioé che fa ridere. Non solo umoristico: in fondo l'umorismo non è altro che sorridere delle debolezze umane, contemplandole. Costanza non solo contempla le sue debolezze ma le presenta in modo così vivo e reale che una risata sorge spontanea. Una risata liberatoria perché siamo tutti Costanza, tutti abbiamo debolezze alcune delle quali rasentano la follia. L'originalità rispetto ad altri libri comici (non è un caso se i suoi libri precedenti siano stati collocati talvolta nella sezione umorismo nelle librerie) sta nel fatto che l'oggetto del ridere non è la società, la poltica, le differenze di nazionalità e così via, l'oggetto è nientemeno il rapporto personale di ognuno di noi con Dio, cioé il tema di fondo di ogni società e cultura, il terreno dove si gioca la nostra felicità personale. Costanza osa dove nessun altro ha osato: introdurre la risata nella teologia. Non certo per ridere di Dio ma per ridere sanamente delle nostre velleità, quelle che ci hanno afflitto da Adamo a noi: i tentativi di fare da sè, di essere come Dio. L'uomo, anche il cristiano, che pretende di essere buono fa ridere. Perciò il libro di Costanza è fondamentale, perché fa luce su chi siamo noi e su come consentire a Dio di entrare nelle nostre vite. Perché è vero che lo Spirito soffia dove vuole, ma noi le finestre almeno le dobbiamo aprire, se no il vento dello Spirito Santo non può entrare. Costanza enumera cinque finestre fondamentali: la Parola di Dio (il Vangelo o, per meglio dire, la Bibbia), la preghiera, la confessione, l'Eucarestia, il digiuno. Lo fa non portandosi come esempio di percorrenza di queste strade ma raccontandoci come non ci riesce. Ciò non ostante provarci consente a nostro Signore di portarci nel buio del Suo Amore. Nel buio perché noi non vediamo chiaro ma lo splendore arriva quando ci facciamo guidare dalla volontà di Dio, come un cieco che, a un tratto, apre gli occhi e scopre lo splendore dell'Amore. Ma la nostra condizione è quella del tennista, ogni giorno dobbiamo cominciare di nuovo il nostro game.

venerdì 17 novembre 2017

Cose da pazzi


"Ovunque il guardo giro/cose da pazzi vedo". E' un verso di Metastasio di mia invenzione. Non c'è situazione che non mi faccia dire: cose da pazzi. Non c'è famiglia in cui non si pensi: ma non potremmo essere una famiglia normale? senza quel pizzico di follia che mi rende infelice? Non ne parliamo degli ambienti di lavoro: scorrettezze, invidie, disagi derivanti unicamente dal cattivo genio umano. Nelle università, negli ospedali, nelle aziende... Sempre sorge il desiderio che le cose potrebbero andare meglio, che ci vorrebbe un po' di buon senso: non si sanno semplificare le cose e mirare ad un obbiettivo comune positivo. Invece no: sempre manca un pezzo. "Le cose dovrebbero andare come dovrebbero..." questo è il nostro presupposto sbagliato. Invece le cose non vanno mai come dovrebbero. Ogni tanto c'è qualcosa che va per il verso giusto ma subito capita qualcosa di storto. La verità è che io vorrei il paradiso in terra e invece no: il paradiso ci sarà nel Paradiso. E allora mi lascio andare? no! perché è nella condizione della creazione che manchi sempre qualcosa. Perfino gli apostoli, che avevano Gesù davanti, discutono su chi è il più grande fra loro. L'Europa è nata dal cristianesimo, dalle abbazie benedettine, eppure quante storture, eresie, guerre... Devo allora abbandonare il cristianesimo? Che sciocchezza! La Provvidenza mi indica la strada giusta e il Signore mi aiuta. Perfino San Paolo diceva che si trovava a fare ciò che non voleva e che era a disagio nel suo corpo (Romani 7): un grande apostolo. Cosa sarebbe stata l'Europa senza il cristianesimo? cosa sarebbe la civiltà nostra senza il Vangelo? allora vedo il bicchiere mezzo pieno e capisco che il Signore non mi concede la perfezione assoluta perché io comprenda che devo andare da Lui che è l'Unico Buono. Devo capire che ho bisogno della preghiera perché io non sono buono. Non mi devo meravigliare che gli altri mi sembrino piuttosto pazzi perché lo sono anch'io. Capisco finalmente perché Gesù diceva "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,8): solo apparentemente posso fare cose ma senza di Lui sono cose che non mi portano da nessuna parte. Gesù pensaci tu.

lunedì 13 novembre 2017

La grazia


Simone Weil, la pensatrice ebrea che si è avvicinata progressivamente al cristianesimo, (1909-1943) si è chiesta come l'uomo può aprirsi nel miglior modo alla grazia divina.
Dio si ritira da noi dopo la creazione perché ci sia possibile amarlo: è questa la sua intuizione. Nel suo libro L'ombra e la grazia scrive: “è stata data all'uomo una divinità immaginaria [il proprio io], perché l'uomo potesse spogliarsene, come il Cristo ha fatto della sua divinità reale": è una bellissima considerazione che considera lo spogliamento di sè per amore come qualcosa di divino.
Riferendosi a Cristo, la Weil scrive: “Egli si è disfatto della sua divinità; noi dobbiamo farlo della nostra umanità: se il chicco di grano non muore... ”. Per la Weil, Dio ha rinunciato a essere tutto; noi dobbiamo rinunciare a essere qualcosa: il nostro io. “Dio mi permette di esistere fuori di sé (exitus). A me tocca rifiutare questa autorizzazione (reditus). La creazione è una ritirata di Dio dal mondo, che rinuncia al suo potere supremo, perché siamo noi ad amministrarlo, pur avendo la possibilità di farlo male”.
Con la creazione, Dio rinuncia a comandare. Ne segue che “l'esistenza del male in questo mondo, lungi dall'essere una prova contro l'esistenza di Dio, è la sua rivelazione”. Ora, “rinunciare all'esistenza dell'io significa fare il vuoto in noi, affinché Dio lo possa occupare. Tutti i peccati sono tentativi di colmare (altrimenti) il vuoto in noi”.
Il Padre lascia al figlio prodigo la libertà e il potere di fabbricarsi falsi idoli del suo io e della felicità: “l'uomo che si crede schiavo del piacere è in realtà succube dell'assoluto che vi attribuisce”. Tuttavia, il Padre aspetta che il figlio si svuoti di tutto ciò e torni: “l'uomo non ha bisogno di rinunciare a dominare la materia e le anime, perché non ha tale potere. Ma Dio gli ha conferito un'immagine di questo potere, come una divinità immaginaria, affinché -pur essendo creatura- possa anch'egli rinunciare alla sua divinità […]. Quando ci si riconosce come nulla, allora si trova il proprio posto nel tutto”.
Sono pensieri profondi che mi aiutano a capire la delicatezza di un Dio che mi lascia libero affinché io possa nell'umiltà aprirmi alla sua grazia.





sabato 4 novembre 2017

La bellezza


Quando Dostoevskij scrisse la famosa frase "la bellezza salverà il mondo", non si riferiva alla bellezza meramente estetica come la intendiamo oggi, ma alla bellezza della bontà. Così la frase acquista tutto il suo significato. Il mondo si salverà quando la bella bontà tornerà ad essere una mèta.
La bellezza si riferisce quasi sempre alla figura femminile e non è un caso. La Madonna è la bellezza per antonomasia, Beatrice è colei che salva Dante portandolo alla visione di Dio. La donna bella perché buona è colei che guida l'uomo al senso  vero dell'esistenza come Monica fece con Sant'Agostino.
La nostra epoca, ammalata di brutalità perché rifiuta l'ideale della bontà, ha bisogno di donne belle perché sante. La donna corrotta è simbolo della decadenza non solo di se stessa ma di un ambiente, di un'epoca intera. Perciò oggi c'è bisogno che le donne inseguano la bellezza vera e non quella delle icone della pubblicità. C'è qualcosa di stolto nella ricerca del seno perfetto, delle gambe senza cellulite e così via... Si intuisce che l'umanità ha bisogno che la donna aspiri alla bellezza vera, quella che deriva dalla bontà. Allora saprà condurre l'uomo alla realizzazione di se stesso e l'uomo saprà canalizzare la sua forza virile nel compimento di grandi imprese. Si dice che dietro a un grande uomo c'è una grande donna ed è vero anche e soprattutto nei santi. L'amore a Maria è la cifra della santità. Non solo San Bernardo ma ciascun santo ha avuto come guida Maria. E' lei la bellezza che salverà il mondo.

giovedì 2 novembre 2017

La spiritualità del lavoro: Simon Weil


Anni fa lessi un libro di Simon Weil e rimasi impressionato per la chiarezza con cui auspicava una spiritualità radicata nel lavoro. In una relazione per un convegno sul significato del lavoro, un mio amico ha sintetizzato mirabilmente il pensiero della filosofa ebrea, che ha lavorato in un altoforno, in una fabbrica di automobili e in agricoltura per vivere realmente nel mondo vero dei lavoratori. “La nostra epoca ha ... per vocazione la costituzione di una civiltà fondata sulla spiritualità del lavoro.... capace di costituire il grado più elevato di radicamento dell'uomo nell'universo”. Sembra di sentire le parole di un teologo contemporaneo e non di una donna nata nel 1909 e morta nel 1943, a soli trentaquattro anni. Sentiva su di sè il peso di una società oscillante tra comunismo, nazismo e capitalismo selvaggio con una concezione alienante del lavoro. Avvertiva il fascino esemplare della figura di Gesù, di cui ebbe visioni contemplative (una, consolante, proprio nelle ore di lavoro), anche se fu battezzata da un'amica solo in punto di morte. La Weil sostiene che è possibile la contemplazione nello svolgimento del lavoro: “l'attenzione, nel suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l'amore. Occorre rimediare agli errori con l'attenzione, e non con la volontà...”.
   “Tutti siamo gravati da peccati e da miserie. Quando ci imbattiamo in ciò che è totalmente puro, Dio, le nostre miserie sono sciolte dall’amore, se l’amor proprio non lo impedisce. La Chiesa possiede l’amor puro nell’eucarestia ma non viviamo sempre nelle chiese. È necessario perciò che questa offerta del peccato e del male, trasformati dall’amore, si possa effettuare anche nei luoghi della vita quotidiana e del lavoro. Occorre trovare simboli che ci conducano a Dio”.
Attualissima questa pensatrice.

martedì 24 ottobre 2017

Il caro Papa


Com'è dolce riascoltare e rivedere le immagini di Giovanni Paolo II! La sua festa, il 22 ottobre, quest'anno è capitata di domenica ed è passata quasi sotto silenzio come in preparazione alla grande festa che l'anno prossimo segnerà 40 anni dall'inizio del suo pontificato: di quel pontificato che ha determinato una svolta nella Chiesa e nel mondo. Forse non tutti ricordano che nel 1978 la Chiesa sembrava assediata da media ostili mentre il papa Paolo VI implorava le Brigate Rosse di risparmiare il suo amico Aldo Moro. I tempi successivi al Concilio furono tempi difficili: ci fu una specie di tentativo di stravolgerne il messaggio per ridurre la Chiesa a un'istituzione meramente mondana. L'apparizione di papa Wojtyla fu come quella di un liberatore capace di capovolgere la situazione. Il suo discorso del 22 ottobre 78 ebbe un respiro epocale: "aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!". Il capo degli assediati diceva agli assedianti di non temere. Sembrava un contrattacco e lo fu veramente. Alla morte di Giovanni Paolo II la Chiesa aveva un prestigio mondiale, testimoniato dalla maestosità di un funerale unico nella storia. I pontificati successivi hanno costruito su queste fondamenta. Dolce Giovanni Paolo II: quando rivedo le sue immagini piango senza freni. Modello di papa, di vescovo, di sacerdote, di intellettuale ma soprattutto di uomo. Un vero regalo di Maria. Da lui proveniva un impulso positivo da tutti i punti di vista: con la sua sola presenza ti apriva allo Spirito Santo.

giovedì 19 ottobre 2017

L'unico autorizzato a parlare di speranza


"L'unico autorizzato a parlare di speranza è il Papa". Chi ha pronunciato questa frase? Un cardinale? No: Fausto Bertinotti, una bandiera della sinistra. Dobbiamo prendere atto dei cambiamenti avvenuti. La vecchia sinistra si è divisa in due tronconi. Da una parte quelli che hanno a cuore il destino della gente comune. Dall'altra quelli che cavalcano l'onda della modernità cioé le tendenze del pensiero dominante imposto dalle lobby internazionali. Un vecchio esponente della sinistra e un giovane neomarxista come Diego Fusaro si trovano in sintonia con la difesa dei deboli e degli emarginati che è la cifra per eccellenza di questo pontificato. Come fare per sostenere il Papa e opporsi alla marea disumanizzante? Non bisogna scoraggiarsi. I cristani praticanti sono sempre stati una minoranza. Minoranza ma attiva.  Prima cosa: pregare e volersi bene. Bisogna guardarsi dai neofarisei che, con buone intenzioni, fanno questioni di lana caprina sul magistero pontificio senza accorgersi che fanno il gioco delle lobby che vorrebbero la scomparsa della Chiesa Cattolica. A noi tocca seguire il comandamento "nuovo" di Gesù: amarci come Lui ci ha amati e abbandonarci nelle mani della Provvidenza (che non vuol dire essere sprovveduti ma avere fede). Tutto ciò che si può fare per tessere relazioni, affermare un'identità, difendere la vita, migliorare l'educazione dei figli, spiegare la ricchezza di una vita d'amore, dissuadere dall'aborto (come diceva Madre Teresa), e così via: tutto ciò va fatto.
Senza cadere nell'ingenuità di pensare che "questi sono i tempi": no! questi non sono i tempi fatalistici e inesorabili. Sono i tempi avvelenati di Mammona. La ricerca sfrenata del guadagno da parte delle lobby globalizzanti è una faccia della stessa medaglia che punta alla disgregazione della società, delle culture e della famiglia, all'esaltazione del piacere sfrenato e individuale nemico del vero amore. La speranza è nella via indicata dal Papa.

martedì 10 ottobre 2017

Il Rosario come un bambino...


L'invito di Gesù a diventare come bambini ricorre tante volte nel Vangelo. Una volta prende fisicamente un bambino, lo mette in mezzo e spiega agli apostoli che bisogna diventare come lui: per tutta la loro vita non avranno dimenticato il volto di quel fanciullo. Quest'episodio fa capire ancora una volta che il cristianesimo non è una morale: è un rapporto vivo con Dio. Un rapporto che, fra l'altro, richiede anche una morale per formare la propria coscienza. Quello che conta è la relazione col Signore: l'esempio del bambino è quello che meglio lo rappresenta secondo l'insegnamento di Gesù.
Se siamo bambini davanti a Dio Padre quanto più lo saremo davanti a Maria, madre di Gesù e nostra madre. Quando andavo alle elementari c'era un quadro della Madonna alla sinistra dell'altare che mi piaceva molto. Da allora non l'ho più rivisto. Mi è rimasto un forte desiderio di ritrovarlo. So che sta a Napoli nella cappella dell'istituto Pontano dei gesuiti.
Quando adesso recito il Rosario mi distraggo facilmente. Per me è un dispiacere e mi sforzo di pensare che l'Ave Maria non è altro che un'insieme di complimenti a Maria con un'unica semplice richiesta: pregare per noi ora e nell'ora della nostra morte. Questa considerazione mi aiuta ma mi fa bene soprattutto ricordare come pregavo davanti a quella immagine: allora mi raccolgo e resto più attento. E' una considerazione che sento viva ora che siamo nel mese del Rosario.  Certamente la Madonna ha la pazienza e la comprensione della madre per le debolezze dei suoi figli ma non per questo mi devo rassegnare al vorticoso disordine del mio cervello. Il modello del bambino funziona sempre.

venerdì 6 ottobre 2017

Il distintivo del cristiano


"In hoc cognoscent omnes". Il latino è lapidario. "Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri" (Gio 13,35). Bisognerebbe apporre una lapide in tutti i luoghi frequentati da cristiani: "In hoc cognoscent omnes". E' il distintivo, la griffe, la caratteristica del cristiano vero. Di ogni santo si potrebbe dire: questa è una persona che ha saputo voler bene. San Paolo descrive il cristiano tipo: "è paziente, è benigno; non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non sospetta il male; non si rallegra dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità, tollera ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa" (1Corinzi 13,4-7). Una persona così è difficile incontrarla: è una persona che prega, perché senza l'aiuto dello Spirito Santo non si ha questo buono spirito. Il demonio non teme l'ortodossia, anzi l'esperienza degli esorcisti è proprio che i demoni si comportano confermando implicitamente le verità di fede. Il demonio non vuole che ci vogliamo bene fra di noi e che riconosciamo l'amore di Dio nei nostri confronti. Perciò cerca di presentare la religione cristiana come una morale, privandola dello spirito del comandamento "nuovo" che scaturisce dall'incarnazione del Verbo. Amare chi? Semplice: il vicino, come spiega Gesù nella parabola del buon samaritano. I vicini sono quelli che attendono il nostro affetto, cominciando dal più vicino che è Gesù. E anche dal "dolce Cristo in terra". Queste considerazioni mi aiutano a pregare per il Papa, chiunque egli sia.





sabato 30 settembre 2017

Non darti in balìa della tristezza...


"Non darti in balìa della tristezza e non tormentarti con i tuoi pensieri. La gioia del cuore è la vita dell'uomo, l'allegria dell'uomo è lunga vita. Distraiti e consola il tuo cuore, tieni lontana la profonda tristezza, perché la tristezza ha rovinato molti e in essa non c'è alcun vantaggio." Sono massime tratte dal Siracide (30, 21-23), uno dei libri sapienziali della Bibbia, riportate in un libro utilissimo che invita al buonumore. Un capitolo è dedicato ai cinque rimedi contro la tristezza formulati addirittura da San Tommaso d'Aquino. Quali sono? In sintesi: il primo è un qualsiasi piacere. Il secondo addirittura un pianto liberatorio, il terzo è la compassione degli amici, cioé condividere le amarezze  del proprio cuore (in questo le donne sono maestre), il quarto è la contemplazione della verità (questo piaceva particolarmente a San Tommaso perché era la sua specialità), il quinto invece piace a me perché suggerisce i bagni e le buone dormite. Che piacere sentire che l'Aquinate propone proprio ciò che volevo sentirmi dire! Per "bagni" credo che s'intenda sia i bagni nella vasca fra i fumi di acqua calda che quelli a mare o in un lago con una dolce nuotatina. Sono sempre stato del parere che le preoccupazioni si sciolgono in acqua. Per me funziona: se sono pre-occupato, dopo una nuotata mi sento solo "occupato" e tutti gli umori cattivi sono spariti. Provare per credere, ma penso di sfondare una porta aperta. In quanto alla dormita sono generazioni di miei antenati che ritengono che dormire sia la prima medicina. Addirittura c'è una canzone napoletana che dice: Duorme Carmè, 'o cchiù bello d'a vita è 'o durmì”. Penso che la traduzione sia superflua. A questo punto non resta che leggere il libro di Carlo de Marchi La formula del buonumore ed. Ares Milano.